• Maria Putynska

l'arte di sbagliare

La variazione, anche se rara, è l’unica cosa che avanza; mentre la regola è una corsa da fermo: per quanti passi fai, sei sempre sullo stesso mattone. Solo con l’errore si progredisce, perché porta a qualcosa di diverso.”

Pino Aprile


L'errore fa parte dell'esperienza umana e fa rima con l'apprendimento. Un bambino non “nasce imparato”, nasce privo di esperienze e durante la sua crescita apprende dagli altri un'infinita serie di comportamenti e competenze che arriva a padroneggiare nell'arco dello sviluppo: impara a sorridere, ad alzare la testa e a sedersi, poi a scrivere e a leggere, nel tempo persino ad andare in bicicletta e più avanti magari a suonare lo strumento o a disegnare gli impianti. Ma non può fare tutto questo senza sbagliare. È proprio attraverso tentativi falliti che arriva a comprendere il funzionamento del suo corpo e delle cose che lo circondano. L'errore serve infatti a perfezionare l'attività che sta svolgendo. E da questa regola non ci sono eccezioni.

Perché allora tutta questa avversione verso l'errore? Un bambino che tenta, sbaglia e si corregge è la gioia dell'adulto (sano) che lo osserva e che sa che l'unica strada per migliorare è proprio attraverso gli errori. E' solo più avanti che viene meno la benevolenza di chi sa già e che accompagna la persona che sta imparando. Chi vuole migliorare diventa spesso l'oggetto di frustrazione altrui. Gli errori diventano sbagli imperdonabili o mancanze di competenza.

Nell'età adulta, salvo casi di negligenza, l'errore è un tentativo di migliorare un processo, una situazione, un'attività. E' un desiderio di andare oltre allo schema, di progredire. E l'intenzione così orientata dovrebbe essere vista come preziosa perché contrasta l'immobilismo. Chi non sbaglia mai è chi non fa niente o chi adotta rigidamente le regole prestabilite, chi perpetua meccanicamente gli schemi senza porsi domande. Un comportamento di questo tipo porta anche dei risultati, prevedibili e calcolabili, ma non permette mai di andare oltre, castra l'originalità e nega il progresso.

Non è possibile eliminare completamente gli errori di azione, possiamo però gestirli per ridurne gli effetti negativi e per individuare le opportunità che offrono. Eh sì, perché gli errori sono fonti di innovazione! Pensiamo per esempio al caso di George Crum, uno chef che di fronte all'insoddisfazione per lo spessore di patate di un suo cliente ha voluto cercare un taglio nuovo, più sottile, inventando così il simbolo dei fast food in tutto il mondo: le patatine fritte. Oppure John Pemberton, il farmacista statunitense che mentre cercava un rimedio per il mal di testa ha creato, per sbaglio, una miscela che è diventata la bevanda più famosa al mondo, la Coca Cola.

L'errore, se tollerabile all'interno di un sistema, non deve essere stigmatizzato. La ricerca del rimedio apre la strada al nuovo, portando a volte alle soluzioni più efficaci dove la perdita di tempo e delle risorse è solo illusoria.

Sfortunatamente, soprattutto nel mondo delle organizzazioni, l'errore viene delegittimato a priori. In una delle ricerche condotte dall’Harward Business Review emerge chiaramente che ancora oggi l’errore sia visto con paura e le persone sprecano il tempo a nascondere le proprie mancanze invece di riconoscerle imparando da esse. Non ci sentiamo liberi di sbagliare nel nostro lavoro, abbiamo paura del giudizio negativo. Di fronte ad un errore il management si attiva per trovare immediatamente il colpevole e applica una punizione commisurata al danno. L'impatto sul reo è forte, seguono vergogna e demotivazione. L'organizzazione non spreca tempo per identificare il motivo dell'errore e così perde anche la possibilità di migliorare il funzionamento del processo o del sistema.

Per migliorare una situazione non proprio favorevole è necessario riconoscere la realtà per quella che è, poi accettarla e infine affrontarla per arrivare poi a superarla trasformandola in una risorsa. E anche in azienda commettere errori può diventare l’atout del successo perché, come ci ricorda campione di basket Michael Jordan, sbagliare non è peccato.


«Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena e altre diciassette volte a meno di dieci secondi dalla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite. Trentasei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto».


Una cultura aziendale sana guarda agli errori in ottica inclusiva: sono parti integranti del business. Dobbiamo quindi imparare a vedere noi stessi e le organizzazioni di cui facciamo parte non come strutture rigide guidate da regole fisse all'interno di un sistema di premi e punizioni, che valorizza gli automatismi e castra tutto ciò che non è conforme al protocollo, ma come entità flessibili che contemplano le deviazioni, non temendo l'implosione ma anticipando possibili benefici che ne possono derivare. L'insuccesso, se affrontato con questo spirito, fa parte del processo di apprendimento, possiamo imparare a conviverci e a valorizzarlo. La cultura dell'errore va quindi coltivata per stimolare l'innovazione all'interno di un sistema. Per riuscirci è necessario che le persone inizino ad assumersi la responsabilità per le loro azioni, uscendo dallo stato di vittima. Lo potranno fare solo all'interno di un clima di sicurezza supportato da un ambiente nel quale le interazioni fra le persone sono aperte e dove è possibile fidarsi del prossimo: se un dipendente non teme l'attacco, la censura o la punizione, è libero di proporre una nuova idea. Poi ci vuole un leader capace di stimolare rapporti di lavoro trasparenti e l'autenticità dei suoi collaboratori, che promuova fiducia e impegno. Un capo capace di parlare apertamente dei propri errori saprà convincere i suoi sottoposti che l'errore è accettabile in quanto parte del processo e che non determina per forza un fallimento.

La parola errore deriva da termine latino error, che oltre al tradizionale significato di sbaglio, significa anche deviazione e viaggio: è curioso come questo leggero spostamento di peso nel significato apre una nuova interpretazione: l’errore permette di viaggiare, di navigare nel mare delle esperienze, senza di esso non c’è movimento, non c’è avventura, non c’è divertimento, ma soltanto noia e monotonia. È l'arte che va imparata.

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