• Maria Putynska

Coltivare la felicità

La felicità, che cos’è?

In realtà se facciamo questa domanda a dieci persone, avremo dieci risposte differenti. A me può piacere fare la lucertola al mare ma tu al mare soffri, preferisci le città d'arte, che a me magari danno noia. Siamo diversi e diverse sono le nostre ricette per la felicità.

Gli studiosi che si sono dedicati all'esplorazione della felicità ritengono che essa dipende da tre fattori: la genetica, gli eventi della vita e il modo in cui affrontiamo le cose che ci capitano.

Per quanto riguarda la genetica c'è poco da fare, nasciamo con una certa predisposizione che non dipende da noi.

Gli eventi di vita possiamo sicuramente influenzarli, ma solo in una certa misura: in quello che ci accade sono coinvolte anche altre persone e il caso, anche se facciamo degli sforzi per ottenere un certo obiettivo, l'esito dipende spesso da molte variabili fuori dal nostro controllo.

Il modo in cui affrontiamo quello che la vita ci porta dipende invece sempre e solo da noi.

Il pensare comune vuole che la felicità sia legata a quello che la vita ci porta: siamo felici se abbiamo un lavoro che ci soddisfa e un conto in banca che non ci da pensieri, se siamo in una relazione affettiva gratificante, se siamo in salute, se nella nostra vita non ci sono lutti, traumi e disgrazie. In realtà, tuttavia, noi esseri umani ci abituiamo velocemente a quello che sperimentiamo. Prova a pensare: quando entri in una pasticceria l'odore dei dolci appena preparati ti invade, guardi con occhi sgranati i bignè, le torte, i pasticcini con la crema e il cioccolato, e senti dentro di te la voglia di assaggiarli. Ma dopo 10 minuti le tue narici non sentono più così bene il profumo di vaniglia e cannella, e dopo i primi due pasticcini alla crema chantilly il terzo sembra meno buono. La verità è che i nostri sensi si sono abituati all'esperienza, hanno già registrato il sapore e il profumo e l'impatto che queste informazioni hanno su di noi, dopo un tempo relativamente breve, va scemando. Succede la stessa cosa con i nostri meccanismi psicologici interni: gli eventi, belli o brutti, dopo l'impatto iniziale molto forte tendono a perdere intensità. Torniamo alla normalità e siamo pronti a inseguire un altro stimolo. Un evento fortunato o una condizione desiderata stimola in noi dei picchi di felicità ma dopo un certo periodo tendiamo a tornare al nostro livello di soddisfazione abituale. Succede la stessa cosa con gli eventi negativi: lutti e traumi importanti a parte, trascorso un certo periodo, torniamo ad essere sereni come prima.

Tendiamo a pensare però che la nostra felicità dipende da quello che riusciamo a ottenere in termini positivi e dall’assenza di eventi spiacevoli. In realtà il benessere psicologico dipende in gran parte da come affrontiamo gli eventi che ci capitano, da come li interpretiamo, dai significati che gli attribuiamo e dal nostro modo di guardare la realtà. Ricordiamoci che la nostra è solo una delle possibili interpretazioni, una delle molteplici prospettive su un evento.

Come possiamo modificare la nostra percezione e con essa il nostro livello di soddisfazione della vita? Possono essere d’aiuto tecniche come la mindfulness, ma soprattutto caratteristiche personali che si possono anche allenare, come ottimismo, abitudine alla gratitudine, auto compassione, resilienza, capacità di perdonare e di instaurare e mantenere delle relazioni interpersonali soddisfacenti.

Essere invece ipercritici, isolarsi dagli altri, rimuginare, lamentarsi, allontanarsi dai propri valori, gettare la spugna alla prima difficoltà contribuisce alla sensazione di bassa auto efficacia e determina uno stato di malessere.

Per fare un esempio concreto vediamo come il perdono fa rima con felicità. Perdonare qualcuno non significa necessariamente riallacciare i rapporti con la persona che ci ha feriti. A volte non è nemmeno auspicabile. Perdonare serve a liberarci dallo stato di malessere, ha a che fare con la comprensione profonda e con il desiderio di star meglio. Lo facciamo per noi e per nessun altro. Il rancore fa male solo a noi, spesso non tocca nemmeno la persona che l'ha causato e anche il perdono che riusciamo a concedere serve proprio a noi, alla nostra serenità. Dobbiamo innanzitutto renderci conto che soffriamo perché i nostri sentimenti sono stati feriti, non perché qualcuno ha fatto o non fatto una determinata cosa. Serve una nuova prospettiva che sposta l'attenzione dalla rabbia per l’ingiustizia subita al desiderio di liberarci dal malessere. Nel momento in cui sentiamo dolore possiamo abbandonarci ad esso oppure cercare attivamente di alleviarlo attraverso la respirazione profonda, l'esercizio fisico o una passeggiata. Poi dobbiamo renderci conto che non ha senso aspettarci che le persone ci concedano cose che non si sentono di concedere. Rimanere in attesa che una certa persona faccia per noi una determinata cosa ci condanna alla passività e riduce la nostra capacità di sperimentare la vita. L'amore, l'amicizia, la prosperità sono possibili comunque e abbiamo il potere di farle accadere nella nostra vita. Possiamo cercare di soddisfare i nostri bisogni in molti modi, possiamo attivarci per avere le cose che sono per noi importanti, al di là delle persone concrete che secondo noi dovrebbero comportarsi in modo da soddisfarci. Possiamo stabilire per noi nuovi obiettivi e guardare il mondo che ci circonda con curiosità, attenzione e desiderio di apprezzare la bellezza di ogni piccolo dettaglio. E poi è bello ricordare che la migliore vendetta, se vogliamo proprio vederla in questa luce, è una vita ben vissuta. Possiamo dunque apprezzare quello che abbiamo, notare la bellezza e la gentilezza intorno a noi, ricordando che abbiamo sempre scelta su come guardare le cose che ci accadono.

Un piccolo cenno alla gratitudine, che non è altro che saper riconoscere di aver ricevuto in dono qualcosa di valore, qualcosa che non dipende interamente da noi. Questo è un aspetto importante perché ci permette di uscire dal perimetro ristretto del nostro ego e ci collega al mondo più ampio in cui partecipano anche altre persone. Se ci pensiamo, non potremmo mai essere quello che siamo senza l'aiuto degli altri. Siamo venuti al mondo attraverso i nostri genitori, abbiamo imparato a scrivere e a leggere grazie ai nostri maestri, abbiamo potuto sperimentare l'amore e l'amicizia grazie alle persone con le quali abbiamo instaurato delle relazioni, abbiamo potuto fare la spesa al nostro supermercato grazie a qualcuno che l'ha costruito e grazie ai contadini che hanno prodotto il grano per fare la pasta che stiamo mangiando. Siamo collegati agli altri, sempre, in un'infinità di modi. La gratitudine comporta quindi l'umiltà nel riconoscere che siamo parte di una rete, di un sistema, riceviamo dagli altri e a nostra volta doniamo. I ricercatori hanno scoperto che chi è capace di coltivare la gratitudine è più felice perché sa riconoscere il valore delle cose che altri danno per scontato e perché riesce a spostare l'attenzione dalla mancanza delle cose di cui ha bisogno alla soddisfazione per quello che ha.


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