• Rita Ferrari

Giovani adulti tra sfide e crisi

Aggiornato il: 10 mar 2019

Chi sono i giovani adulti? Perché, pur non essendo più adolescenti, non possono essere considerati adulti maturi? Che fatiche attraversano? Quali sfide li aspettano? Che rapporti hanno con amici e familiari? Quali risorse è necessario che attivino, in un mondo complesso come il nostro?

Janet Arnett, psicologo sociale statunitense, è uno dei più prominenti studiosi della fascia di età che va dai 18 ai 28 anni circa, da lui denominata “adultità emergente”, per sottolineare che tratta di una fase distinta sia dall’adolescenza che dall’età adulta.

In particolare, si individuano diverse caratteristiche tipiche di questo periodo del ciclo di vita che, se da un lato ci restituiscono l’immagine di un’età straordinariamente ricca e generativa, dall’altro ce ne fanno intuire la complessità, e come dunque non sempre tutto sia destinato a filare liscio: crisi identitarie, relazionali o relative agli studi scelti sono infatti frequenti, così come le difficoltà a svincolarsi dalla famiglia di origine e a conquistare una propria autonomia e indipendenza.

1) L’esplorazione identitaria: benché questa venga tradizionalmente associata all’adolescenza tout-court, si ritiene più corretto collocarla durante l’adultità emergente, periodo in cui si cerca di capire di più riguardo a sé stessi, al tipo di persona che si desidera diventare, al tipo di persona che si vorrebbe accanto, nonché a quale posizione lavorativa ambire.

2) L’instabilità: esplorazione identitaria e instabilità vanno di pari passo. Anche se molti hanno obiettivi più o meno definiti, la traiettoria non è fissa ma viene ridisegnata innumerevoli volte in base alle esperienze. In effetti, è difficile prevedere che una persona collocata entro questa fascia di età rivesta un determinato ruolo professionale o sociale o viva in una certa condizione. Prendendo in considerazione l’età adolescenziale dai 12 ai 18 anni possiamo senza dubbio affermare che la stragrande maggioranza di coloro che vi si collocano vive con la famiglia di origine, frequenta la scuola secondaria, non è sposato e non ha figli. Parimenti, prendendo in esame la fascia di età che va dalla fine della seconda decade alla fine della terza, è possibile affermare che la maggior parte lavora, non vive più con la famiglia di origine, ha una relazione romantica stabile ed è spesso pronto per costruire una propria famiglia. Ha quindi senso definire adolescenza l’età che va dai 12 ai 18 anni, mentre dopo quell’età, niente appare più normativo, appare dunque semplicistico e riduttivo definire l’età dai 18 ai 25 anni come tarda adolescenza.

3)Il “sentirsi tra”:esplorazione e instabilità connotano l’adultità emergente come un periodo di mezzo tra adolescenza ed età adulta, di cui il giovane è consapevole: da una ricerca effettuata da Arnett e collaboratori negli anni 2000, avente l’obiettivo di indagare la percezione di sé dei soggetti tra i 18 e i 25 anni, alla domanda se si sentissero adulti la stragrande maggioranza rispondeva “per certi versi sì e per altri no”. La risposta diventava invece affermativa per la maggior parte dei giovani collocati nella fascia di età successiva, dai 25 ai 35 anni.

3) Le relazioni: più specificamente, per quanto concerne le amicizie, dopo i 18 anni il gruppo dei pari cessa di essere il principale punto di riferimento, mentre le relazioni romantiche, da puramente ricreative, si fanno più stabili e diventano il luogo privilegiato in cui sperimentare vicinanza emotiva e fisica. Anche le relazioni con i genitori cambiano, solitamente i conflitti si fanno meno acuti e ci si avvia a costruire una relazione più paritaria, ma non per questo meno complicata.

3) Lavoro e studio:dal punto di vista professionale, fino ai 18 anni il lavoro è visto perlopiù come una possibilità per guadagnarsi qualcosa da spendere per le proprie necessità o sfizi, mentre è solo nell’adultità emergente che assume valore la possibilità di arricchire il proprio curriculum professionale. Anche per quanto concerne la visione del mondo, intercorrono grandi cambiamenti: la ricerca neuropsicologica ha infatti dimostrato che, almeno fino a 24, 25 anni, il cervello è under construction, e che le proprie visioni del mondo si ristrutturano anche profondamente dai 18 ai 25 anni, ancora di più se si frequenta l’Università.

5) Auto centramento: in questa fase si tende a focalizzarsi soprattutto su sé stessi, e questo è perfettamente normale e funzionale a comprendere chi si è e chi si aspira a diventare, oltre a permettere di conquistare autonomia e indipendenza. Diventare individui consapevoli permetterà inoltre di allacciare delle relazioni durature con altri.

7) La possibilità: in nessun altro periodo si hanno davanti a sé tante possibilità, gli scenari futuri rimangono ancora in gran parte aperti, poco della vita è deciso per certo. Più di ogni altra età, quella dell’emerging adulthood ha in sé la possibilità del mutamento: anche se ci si impegna in relazioni professionali o affettive serie e di lunga durata, fintanto che dura questa età perdurano le occasioni di cambiare la propria vita in modo profondo. Tempo sì limitato, quindi, quello dell'adultità emergente: dieci anni al massimo, ma è un tempo nel quale sembra che tutto sia possibile perché la gamma delle scelte per quanto riguarda il futuro non è mai stata così ampia e mai più lo sarà in futuro.

8) La spinta all’autonomia: nel corso di una recente ricerca effettuata negli USA sono stati intervistati circa 500 giovani e i risultati hanno evidenziato che, per diventare adulti, fattori demografici come l’età o l’avere figli rivestono solo un’importanza marginale, mentre sono percepite come cruciali qualità personali specifiche quali l’assumersi la responsabilità delle proprie azioni e l’essere in grado di prendere decisioni in autonomia, seguite dal diventare economicamente indipendenti.

Gli studi di Arnett hanno il grande pregio di aver contribuito alla comprensione di una fase del ciclo di vita rimasta perlopiù trascurata in precedenza, e di aver chiarito gli aspetti in virtù dei quali sarebbe corretto considerarla altro rispetto ad adolescenza ed età propriamente adulta.

Occorre dunque considerare che i giovani appartenenti alla fascia di età 18-28 anni sono portatori di bisogni e problematiche peculiari, è quindi importante adottare una prospettiva che guarda al futuro, rappresentandoseli come persone competenti, con una moltitudine di risorse che proprio le difficoltà sono in grado di attivare e che famiglie e società devono saper valorizzare.


Nei prossimi articoli si affronteranno più specificamente le tematiche esposte sopra... stay tuned!



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